giovedì 10 gennaio 2008
mercoledì 2 gennaio 2008
Un cassetto vuotato nei post
Tanto per non perdere la traccia. I Post pubblicati oggi altro non sono che il frutto di un cassetto con dei ritagli. Lo so che si capisce e che non è necessario mettere un ordine. Sarebbe come pretendere di ordinare ai pensieri di venir su uno alla volta, argomento per argomento, con la giusta documentazione allegata. Il chi, che cosa, quando, dove, per giungere chiaramente al perchè.
Non vi chiedo che di aver pazienza.
Non vi chiedo che di aver pazienza.
In omaggio al luogo che fù.
La retorica è lì. Sempre in agguato. Viene facile il pensiero melenso se, girando, la testa guarda esattamente a 44 anni fa. “Esagerato”, direte voi. Conobbi il Salvini (Gino) che avevo 18 anni. Frequentavo la quarta classe dell’Istituto Tecnico A. Pacinotti in via Curatatone Montanara. Tra il Liceo Classico e lo Scientifico c’eravamo noi: i geometri. Il Salvini (Roberto) mi pare facesse la quinta ma della sezione ragionieri. Incontrai i Salvini perché i miei genitori avevano comprato casa in via Guadagnali. Un bel salto di cui, forse, ora non si coglie più l’altezza: dall’ultimo piano, in affitto, di via Alessandro Della Spina, due pianerottoli sopra un giovane dalla faccia buona, ora portavoce del Sindaco Paolo Fontanelli, all’appartamento di proprietà a pochi passi dal viale delle piagge. Credo che nel celebrare il cinquantennale del Salvini altri ricorderanno l’abilità espansionistica di Gino e Roberto: una sedia un po’ più in là e un recinto perché nessuno si faccia male. Un esercizio continuo di assimilazione di spazio e ruolo. Si, spazio per un ruolo. Seduta, rinfresco e ricovero per anime assetate di compagnia. Turbolenza.
Gino era socialista, Roberto più defilato, sornione, anarchico – diceva senza insistenza - lavorava sodo e aspettava che si facesse tardi. Poi spariva e spendeva. Chi gli era vicino ne godeva e a me è capitato anche quello. Gino ci guardava e se si pagava e non si rompeva ci mostrava simpatia. Se c’era da aiutare qualcuno lo faceva. Anzi li ho sempre trovati disposti, i Salvini, silenziosi e veloci anche nell’aver da farsi rispettare. Gino vedeva il ribollire delle nostre acque. Da lui si beveva e si cantavano canzoni d’amore e di guerra. Lui scuoteva la testa e di anno in anno, sempre sostenuto dalla presenza e dal lavoro di Roberto perfezionavano il loro raccolto.
Io non ho mai capito se eravamo precoci o tardivi, se eravamo la fine o un inizio, sta di fatto che dal “baracchino” di Gino allo “chalet” di Roberto è trascorsa la fase epica della mia generazione. Noi i rivoluzionari sedevamo dal Salvini come Camillo sedeva alle spalle del Che nella cavalcata che conduceva a Santa Clara. Da li sciamavano le nostre gesta prima baldanzose, poi meste. Prima vocianti, poi più cupe.
Gino. Chissà cosa avrà pensato di quel via vai di belle ragazze. Di quelle magliette fini e di quelle gonne corte e di quel nostro andare e tornare, di quel baciarsi e raccontarselo. La scuola dei padroni, il potere agli operai, la vita che corre in fretta, la vita che si ferma brusca. Non era di gran parole Gino, ma era socialista che per lui voleva dire lavorare dalla mattina alla sera e metter via i guadagni. Guardare intorno e pensare che per campare e per il futuro dei figli bisognava averceli i quattrini.
“Bel socialista – gli dissi un giorno – scremare il latte che si da ai bambini”
Lui mi prese per un braccio, avvicinò la bocca al mio orecchio e mi rispose: “Io l’ho scremato a tutti non solo ai poveri, io l’ho scremato anche al figlio del prefetto, prima di tutto la giustizia.”
La giustizia quando ha il volto di Gino e il suo sorriso sornione è latte scremato, un resto sbagliato, un gettone per le corse sulle automobiline, una condanna con lo scuotere della testa, un assoluzione con una pacca sulla spalla.
Capito raramente a Pisa. Mia madre abita ancora in via Guadagnali, vicino al viale delle Piagge. Quando vengo ci faccio due passi e arrivo sempre dal Salvini. L’ultima volta c’era Emiliano, il figlio di Roberto, il nipote di Gino. Coetaneo di mio figlio Carlo, il più grande. Non guardo nemmeno, non conosco nessuno. Invece rivedo il Battelli, Flavio Tardelli, Stelio e il bisbiglio delle sue poesie, Nadia, Tina, Renzo, il Nencini, Pino, i fratelli Di Prete. Ora che ci ripenso, noi maschi non eravamo precoci, eravamo tardivi. Loro, le femmine si che erano precoci e quel poco che c’è da dire va domandato a loro.
Un saluto.
Gino era socialista, Roberto più defilato, sornione, anarchico – diceva senza insistenza - lavorava sodo e aspettava che si facesse tardi. Poi spariva e spendeva. Chi gli era vicino ne godeva e a me è capitato anche quello. Gino ci guardava e se si pagava e non si rompeva ci mostrava simpatia. Se c’era da aiutare qualcuno lo faceva. Anzi li ho sempre trovati disposti, i Salvini, silenziosi e veloci anche nell’aver da farsi rispettare. Gino vedeva il ribollire delle nostre acque. Da lui si beveva e si cantavano canzoni d’amore e di guerra. Lui scuoteva la testa e di anno in anno, sempre sostenuto dalla presenza e dal lavoro di Roberto perfezionavano il loro raccolto.
Io non ho mai capito se eravamo precoci o tardivi, se eravamo la fine o un inizio, sta di fatto che dal “baracchino” di Gino allo “chalet” di Roberto è trascorsa la fase epica della mia generazione. Noi i rivoluzionari sedevamo dal Salvini come Camillo sedeva alle spalle del Che nella cavalcata che conduceva a Santa Clara. Da li sciamavano le nostre gesta prima baldanzose, poi meste. Prima vocianti, poi più cupe.
Gino. Chissà cosa avrà pensato di quel via vai di belle ragazze. Di quelle magliette fini e di quelle gonne corte e di quel nostro andare e tornare, di quel baciarsi e raccontarselo. La scuola dei padroni, il potere agli operai, la vita che corre in fretta, la vita che si ferma brusca. Non era di gran parole Gino, ma era socialista che per lui voleva dire lavorare dalla mattina alla sera e metter via i guadagni. Guardare intorno e pensare che per campare e per il futuro dei figli bisognava averceli i quattrini.
“Bel socialista – gli dissi un giorno – scremare il latte che si da ai bambini”
Lui mi prese per un braccio, avvicinò la bocca al mio orecchio e mi rispose: “Io l’ho scremato a tutti non solo ai poveri, io l’ho scremato anche al figlio del prefetto, prima di tutto la giustizia.”
La giustizia quando ha il volto di Gino e il suo sorriso sornione è latte scremato, un resto sbagliato, un gettone per le corse sulle automobiline, una condanna con lo scuotere della testa, un assoluzione con una pacca sulla spalla.
Capito raramente a Pisa. Mia madre abita ancora in via Guadagnali, vicino al viale delle Piagge. Quando vengo ci faccio due passi e arrivo sempre dal Salvini. L’ultima volta c’era Emiliano, il figlio di Roberto, il nipote di Gino. Coetaneo di mio figlio Carlo, il più grande. Non guardo nemmeno, non conosco nessuno. Invece rivedo il Battelli, Flavio Tardelli, Stelio e il bisbiglio delle sue poesie, Nadia, Tina, Renzo, il Nencini, Pino, i fratelli Di Prete. Ora che ci ripenso, noi maschi non eravamo precoci, eravamo tardivi. Loro, le femmine si che erano precoci e quel poco che c’è da dire va domandato a loro.
Un saluto.
Più o Meno.
Comprai da Carlo Fei un quadro grande. Una foto 2.00 x 1.80. Riproduceva una batteria d’auto vista da sopra, l’obiettivo della macchina fotografica parallelo alla superficie superiore della batteria. I tappi degli elementi contenenti acqua distillata e acido solforico gialli. La copertura dei poli rossa. La batteria nera. Più o Meno il titolo dell’opera.
Avevo visto una esposizione di batterie a Dakar. Carlo Fei era ospite della Biennale Africana, nelle iniziative off. Io ero là perché, tra l’altro, avevo, con Ghigo Maschietto, edito un libro album “disegni” di Soly Cissé e ne ero molto orgoglioso: la carta pasta cotone si lascia sfogliare senza fare rumore. Non canta, si sente solo un fruscio, ricorda il suono di certe batterie toccate con delicatezza da anziani blues-man. E questa è una pista, un modo per spiegare, per spiegarsi.
A Montecchio nella Val d’Enza – Emilia - si svolse un festival della satira e vi partecipai forse un paio di volte. Ricordo una volta con Gianni –attualmente Gipi -, e una volta con Stella e Martina. La volta con la famiglia mi trattenni all’ascolto di una specie di disputa: qual è la parola più bella ? A provarci c’erano Jovanotti, Beniamino Placido, Adriano Sofri e forse altri che sono letteralmente scomparsi dalla memoria. No, ricordo solo sul palco una defilata Bianca Berlingur. Seduta, composta, silenziosa e bellissima.
La parola più bella in tutte le lingue del mondo è: “forse”, “maybe”, “peut etre”. E questa è un’altra pista.
Comprai da Carlo Fei un quadro grande. Una foto 2.00 x 1.80. Riproduceva una batteria d’auto vista da sopra, l’obiettivo della macchina fotografica parallelo alla superficie superiore della batteria. I tappi degli elementi contenenti acqua distillata e acido solforico gialli. La copertura dei poli rossa. La batteria nera. Più o Meno il titolo dell’opera.
Avevo visto una esposizione di batterie a Dakar. Carlo Fei era ospite della Biennale Africana, nelle iniziative off. Io ero là perché, tra l’altro, avevo, con Ghigo Maschietto, edito un libro album “disegni” di Soly Cissé e ne ero molto orgoglioso: la carta pasta cotone si lascia sfogliare senza fare rumore. Non canta, si sente solo un fruscio, ricorda il suono di certe batterie toccate con delicatezza da anziani blues-man. E questa è una pista, un modo per spiegare, per spiegarsi.
A Montecchio nella Val d’Enza – Emilia - si svolse un festival della satira e vi partecipai forse un paio di volte. Ricordo una volta con Gianni –attualmente Gipi -, e una volta con Stella e Martina. La volta con la famiglia mi trattenni all’ascolto di una specie di disputa: qual è la parola più bella ? A provarci c’erano Jovanotti, Beniamino Placido, Adriano Sofri e forse altri che sono letteralmente scomparsi dalla memoria. No, ricordo solo sul palco una defilata Bianca Berlingur. Seduta, composta, silenziosa e bellissima.
La parola più bella in tutte le lingue del mondo è: “forse”, “maybe”, “peut etre”. E questa è un’altra pista.
2 – NOVEMBRE – 2006
Quanta acqua sporca s’è buttato e quanti bambini con lei ?
I racconti si costruiscono con i bambini che abbiamo saputo difendere non sull’acqua sporca che abbiamo dovuto buttare.
“ E’ dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi,…,ma lagrime ancora e tripudi suoi.”…
….“A ogni modo perché dovrebbe essere altrimenti? Che cosa fai tu, veramente, che sia degno di lode e di gloria? Tu ridi, tu piangi: che merito in ciò? Se credi d'averci merito, è segno che ridi e piangi apposta: se lo fai apposta, non è poesia la tua: se non è poesia, non hai diritto a lode”…
G. Pascoli – il Fanciullino
Quanta acqua sporca s’è buttato e quanti bambini con lei ?
I racconti si costruiscono con i bambini che abbiamo saputo difendere non sull’acqua sporca che abbiamo dovuto buttare.
“ E’ dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi,…,ma lagrime ancora e tripudi suoi.”…
….“A ogni modo perché dovrebbe essere altrimenti? Che cosa fai tu, veramente, che sia degno di lode e di gloria? Tu ridi, tu piangi: che merito in ciò? Se credi d'averci merito, è segno che ridi e piangi apposta: se lo fai apposta, non è poesia la tua: se non è poesia, non hai diritto a lode”…
G. Pascoli – il Fanciullino
Continua, forse.
27.10.2006
Mi piacerebbe fare i conti con la mia memoria. Rammendare qualche buco. Prima che sia irreversibilmente affidata, poi persa. Attenzione non merito alcuna attenzione ma è inevitabile. Una frase mal citata, un episodio deformato, una testimonianza inattendibile non è negata a nessuno. Inesorabilmente l’esperienza goduta e sofferta di ognuno si trasforma in pulviscolo. Gli anni sessanta e il boom, gli anni settanta e i pantaloni a campana, gli anni di piombo, il rampantismo, il crollo del muro, la globalizzazione, l’integralismo e di nuovo la guerra. Centinaia di morti in ogni edizione del telegiornale. La sfilata dei partiti presi. Inabissandosi nella propria vicenda si risulta estranei e partecipi.
“Non mi sono mai occupato di politica. E’ la politica che si è occupata di me” . L’avrà sentito per strada, Rodolfo e l’ha fatta propria. Gli piaceva sorriderne. Era stato antifascista, aveva militato nella ventitreesima brigata Garibaldi. Qualche sostegno ad azioni da Gap. Per lui era la seconda catastrofe: dopo la prima, la seconda guerra mondiale. La resistenza, la liberazione. Primo Segretario della Federazione Provinciale del PCI. Presto sostituito tornò a casa, al suo garage, ai carburatori, agli spinterogeni. Apriva un cofano e ti diceva cos’è che non andava e provvedeva a riparare con pezzi vecchi quelli ormai fuori uso. Un orologiaio. Quando ricordava le minacce, le botte, gli stenti, Faliero che gli era morto tra le braccia, ripassava quel po’ di geografia e mormorava “un terzo del mondo è rosso” e mi guardava.
Questo per ricordare che “la politica” non ci è sembrata una passione, come si ama dire: “la passione politica”. La politica è e resta una condizione. Ci sono periodi in cui ho creduto di farla, di avere un compito. Era un miraggio di cui indossavo la veste (abitus), altro che utopia. Aprivo gli occhi e via dai compagni. Studenti senza libri, operai senza fabbrica. Storie di viaggi, di appuntamenti, di riunioni. Full immersion con cui si intendeva sovvertire l’ordine delle cose. Intanto avevamo invertito l’ordine del nostro destino. A qualcuno è andata malissimo. Spunti geniali: tutto il potere all’immaginazione, l’abbandono degli organismi rappresentativi nelle università, il mercatino rosso, prendiamoci la città, l’esperienza in Angola (il Burraco di Chipango), il Sud che per me volle dire Sicilia, Clemente, Ciuzzo, Gela e l’illusione di navigare come pesci nell’acqua. L’acqua risultò salata e noi pesci d’acqua dolce. Eravamo precoci o tardivi ?
Poi la famiglia, la prima volta di un capo famiglia. Commilitoni che si salutano con affetto eccessivo. Le fortune e le tragedie che si inseguono. Il disagio per l’assenza di un impegno che era soprattutto un modo di vivere, un modo di essere per il quale occorre una certa vocazione. Caddero come foglie i miraggi e gli uomini che li abitavano. Sono passati in fretta gli anni dell’illusione e si son fatti lunghi i momenti di vuoto. Il rivoluzionario che non fa il ristoratore, che non ha la capacità per fare il giornalista o il ricercatore, fa il pubblicitario. Cambiare abito non solo è possibile ma diviene necessario e come Fregoli il trasformismo naufraga nel travestitismo. Sotto non c’è più il rivoluzionario ma il senso di una fortunata sconfitta e un disagio che diventa cronico.
Allora la voglia di prendere in mano un bandolo e sciogliere il gomitolo per depositare la memoria di cose che ancora risultano grevi.
1- La prima volta. Una grande bandiera del VietNam sul pennone del ponte di mezzo.
Gioiello e mio padre erano affettuosi amici. Due pilastri del vecchio PCI. Di quelli a cui il partito non aveva dato niente ma di cui si temeva il giudizio. Gioiello era un operaio della Vis, una fabbrica di vetro della zona industriale di Porta a Mare.
Livorno c’ha Fattori e i macchiaioli. I canali, i pesci in mezzo alla tavola. Pisa mi ricorda le mani di Fidio Bartalini, le facce e gli occhi grandi dei ritratti di Uliano Martini, poi gli orti botanici e l’iperrealismo con l’anima gonfia di Beppe Bartolini. Ma un ponte di mezzo bianco e nero, caldo e ventoso, con il pennone nudo puntato contro il cielo non lo ha dipinto nessuno. Eppure quel pennone da allora e per un bel po’ svolse il suo ruolo. O di qua o di là.
Gli americani avevano invaso la fascia smilitarizzata del Vietnam e in città si svolse la protesta. Per la mia generazione un debutto. Veloci sit-in. Correre a staccare le aste del filobus che privo di contatto elettrico si fermava in mezzo alla strada mentre intorno gridavamo Vietnam Rosso e Vietnam libero senza ancora avere eretto uno steccato tra i due modi di dire. Prima che diventassero due modi di fare. Sul pennone, in alto, irriconoscibile era stato issato un pacchetto e dal pacchetto calava a penzoloni un cordino. Al momento giusto andava tirato e una grande, enorme bandiera del Vietnam avrebbe troneggiato in mezzo al ponte, tra gli applausi e i canti dei manifestanti avevamo spiegato il simbolo del nostro impegno. Io tirai quel cordino e poi vià seguito dallo sguardo orgoglioso di Gioiello e di mio padre.
“Hai visto ? Ce l’ha fatta”
“ Ora è meglio che non si faccia vedere”
E quella notte, per la prima volta dormii a casa di un compagno. Di un compagno del PCI. Ancora eravamo tutti del PCI…
(continua, forse)
.
Mi piacerebbe fare i conti con la mia memoria. Rammendare qualche buco. Prima che sia irreversibilmente affidata, poi persa. Attenzione non merito alcuna attenzione ma è inevitabile. Una frase mal citata, un episodio deformato, una testimonianza inattendibile non è negata a nessuno. Inesorabilmente l’esperienza goduta e sofferta di ognuno si trasforma in pulviscolo. Gli anni sessanta e il boom, gli anni settanta e i pantaloni a campana, gli anni di piombo, il rampantismo, il crollo del muro, la globalizzazione, l’integralismo e di nuovo la guerra. Centinaia di morti in ogni edizione del telegiornale. La sfilata dei partiti presi. Inabissandosi nella propria vicenda si risulta estranei e partecipi.
“Non mi sono mai occupato di politica. E’ la politica che si è occupata di me” . L’avrà sentito per strada, Rodolfo e l’ha fatta propria. Gli piaceva sorriderne. Era stato antifascista, aveva militato nella ventitreesima brigata Garibaldi. Qualche sostegno ad azioni da Gap. Per lui era la seconda catastrofe: dopo la prima, la seconda guerra mondiale. La resistenza, la liberazione. Primo Segretario della Federazione Provinciale del PCI. Presto sostituito tornò a casa, al suo garage, ai carburatori, agli spinterogeni. Apriva un cofano e ti diceva cos’è che non andava e provvedeva a riparare con pezzi vecchi quelli ormai fuori uso. Un orologiaio. Quando ricordava le minacce, le botte, gli stenti, Faliero che gli era morto tra le braccia, ripassava quel po’ di geografia e mormorava “un terzo del mondo è rosso” e mi guardava.
Questo per ricordare che “la politica” non ci è sembrata una passione, come si ama dire: “la passione politica”. La politica è e resta una condizione. Ci sono periodi in cui ho creduto di farla, di avere un compito. Era un miraggio di cui indossavo la veste (abitus), altro che utopia. Aprivo gli occhi e via dai compagni. Studenti senza libri, operai senza fabbrica. Storie di viaggi, di appuntamenti, di riunioni. Full immersion con cui si intendeva sovvertire l’ordine delle cose. Intanto avevamo invertito l’ordine del nostro destino. A qualcuno è andata malissimo. Spunti geniali: tutto il potere all’immaginazione, l’abbandono degli organismi rappresentativi nelle università, il mercatino rosso, prendiamoci la città, l’esperienza in Angola (il Burraco di Chipango), il Sud che per me volle dire Sicilia, Clemente, Ciuzzo, Gela e l’illusione di navigare come pesci nell’acqua. L’acqua risultò salata e noi pesci d’acqua dolce. Eravamo precoci o tardivi ?
Poi la famiglia, la prima volta di un capo famiglia. Commilitoni che si salutano con affetto eccessivo. Le fortune e le tragedie che si inseguono. Il disagio per l’assenza di un impegno che era soprattutto un modo di vivere, un modo di essere per il quale occorre una certa vocazione. Caddero come foglie i miraggi e gli uomini che li abitavano. Sono passati in fretta gli anni dell’illusione e si son fatti lunghi i momenti di vuoto. Il rivoluzionario che non fa il ristoratore, che non ha la capacità per fare il giornalista o il ricercatore, fa il pubblicitario. Cambiare abito non solo è possibile ma diviene necessario e come Fregoli il trasformismo naufraga nel travestitismo. Sotto non c’è più il rivoluzionario ma il senso di una fortunata sconfitta e un disagio che diventa cronico.
Allora la voglia di prendere in mano un bandolo e sciogliere il gomitolo per depositare la memoria di cose che ancora risultano grevi.
1- La prima volta. Una grande bandiera del VietNam sul pennone del ponte di mezzo.
Gioiello e mio padre erano affettuosi amici. Due pilastri del vecchio PCI. Di quelli a cui il partito non aveva dato niente ma di cui si temeva il giudizio. Gioiello era un operaio della Vis, una fabbrica di vetro della zona industriale di Porta a Mare.
Livorno c’ha Fattori e i macchiaioli. I canali, i pesci in mezzo alla tavola. Pisa mi ricorda le mani di Fidio Bartalini, le facce e gli occhi grandi dei ritratti di Uliano Martini, poi gli orti botanici e l’iperrealismo con l’anima gonfia di Beppe Bartolini. Ma un ponte di mezzo bianco e nero, caldo e ventoso, con il pennone nudo puntato contro il cielo non lo ha dipinto nessuno. Eppure quel pennone da allora e per un bel po’ svolse il suo ruolo. O di qua o di là.
Gli americani avevano invaso la fascia smilitarizzata del Vietnam e in città si svolse la protesta. Per la mia generazione un debutto. Veloci sit-in. Correre a staccare le aste del filobus che privo di contatto elettrico si fermava in mezzo alla strada mentre intorno gridavamo Vietnam Rosso e Vietnam libero senza ancora avere eretto uno steccato tra i due modi di dire. Prima che diventassero due modi di fare. Sul pennone, in alto, irriconoscibile era stato issato un pacchetto e dal pacchetto calava a penzoloni un cordino. Al momento giusto andava tirato e una grande, enorme bandiera del Vietnam avrebbe troneggiato in mezzo al ponte, tra gli applausi e i canti dei manifestanti avevamo spiegato il simbolo del nostro impegno. Io tirai quel cordino e poi vià seguito dallo sguardo orgoglioso di Gioiello e di mio padre.
“Hai visto ? Ce l’ha fatta”
“ Ora è meglio che non si faccia vedere”
E quella notte, per la prima volta dormii a casa di un compagno. Di un compagno del PCI. Ancora eravamo tutti del PCI…
(continua, forse)
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