Non c'è niente da fare: il dubio viene. Ci sono momenti che resta soffocato, altri in cui ti trovi distratto. Ci sono impennate di presunzione, grumi d'orgoglio, comparazioni che paiono vantaggiose. Ma il dubbio viene.In fondo solo poco più di un pugno di decine d'anni fa, intorno a me, se una cosa c'era era la certezza. Eravamo certi d'essere persone perbene, lavoratori, attaccati alla famiglia, ai figli, alla loro educazione, alla trasmissione di valori a cui era stata dedicata la vita. Solo poco più di un pugno d'anni fa : padroni e preti da una partre; lavoratori, partigiani, garibaldini e poi comunisti dall'altra.
Nel mezzo la città. I quartieri, le macerie lasciate dalla guerra, le botteghe artigiane, gli spacci alimentari, il quadernetto nero chiuso da un elastico in cui allo spaccio annotavano il resto non riscosso su la spesa di ogni giorno in modo da accumulare un pò di risparmio che avremmo usato a Natale per mettere in tevola una bottiglia di spumante e una scatola di Ricciarelli. Nel mezzo tra noi e loro. Un pianerottolo e due porte. La nostra e di fronte quella della Signora Baldorilli che era la sposa giovane e in carne di un sottoufficiale dell'aviazione militare. Loro non votavano comunista nemmeno a parlarne eppure "buon giorno signora..", "..Buon giorno Signora". "Vittorio, fai il bravo, vai un pò a sentire la Signora Baldorilli se per caso c'ha un pò di sale da prestarci che l'ho finito. Poi quando esco lo compro e glielo rendo". Ed io un attimo dopo suonavo il campanello alla porta di fronte, su un pianerottolo lindo che pareva un salottino, che veniva mantenuto così dal turno di pulizia che le signore si erano divise e che naturalmente avevano rispettato con la rinomata precisione delle Guardie Svizzere. "Buon giorno Signora Baldorilli - dicevo - c'ha mica da prestarci un pochino di sale che dopo la mia mamma quando esce lo compra e glielo rende, per favore" " Ma certo, entra, entra" Ed io guardavo la casa che pareva uno specchio. La cucina in formica azzurrina era su per giù come la nostra ma la sala sembrava un film. Buia e lucente. Un tavolo ovale con il vetro e le sedie imbottite con la seduta rosso ruggine. Due specchiere un divano, una libreria e la radio, grossa, con il giradischi per sentire le romanze. Centrini e soprammobili. Poggiate sopra un vassoio, due bottiglie che parevano sculture, di vetro grosso e tappo quadrato in cui brillava un liquido che a guardarlo sembrava buonissimo. "Ecco quà, di alla mamma che non si proccupi, per un pò di sale".
Nel mezzo il nostro rione, ora diremmo il quartire. La casa del popolo e la parrocchia. Chi andava a catechismo, poi giocava a ping pong. Era difficile che quello famiglie ci dessero il voto. Noi alla casa del popolo si ballava con la musica di un Jukebox, ma tra maschi. Il sabato sera i grandi ballavano con le ragazze e noi sempre tra maschi.
In linea di massima era tutto chiaro. Noi avremmo dovuto studiare e i genitori lavorare sodo. Senza tante storie, passo dietro passo. Sapendo che quello era il percorso da compiere, che un giorno, ormai non lontano, l'Italia sarebbe stata dei Lavoratori. Governata dal Partito Comunista di Palmiro Togliatti ed anche loro, uno alla volta, compresa la Signora Baldorilli e suo marito il Maresciallo Maggiore avrebbero votato, magari senza dirlo, per il Partito Comunista Italiano.
Cosa che non accadde mai, ma a tutti noi non mancò niente. A parte il fatto che a me i Jeans originali americani, i Lee, non me li comprarono mai. Se volevo c'erano i Reefle, quelli che non scolorivano, se no niente. Ma che conta, che importa. Quello era il particolare che non va mai confuso con il generale. Alcuni con i Jeans che scolorivano ed io unico a cui non scolorirono mai potemmo conservare le nostre differenze, arricchirle, disegnarle. Potemmo occupare quella terra di mezzo che era la citta, le piazze, le strade, le scuole, con i nostri canti e le nostre intenzioni. A volte festose, altre più cupe e indispettite.
Il tempo vola e quello che vedemmo passare, non va detto per amor del rimpianto, era davvero un gran tempo. Gli uomini e le loro consorti erano usciti dalla guerra riempendo le corti di marmocchi ai quali dedicarono, più che l'attenzione, l'immaginazione. "A scuola, a scuola...a lavorare ci si pensa noi" quando lo dicevano non ti guardavano nemmeno. Non volevano mica convincere. Lo dicevano per se.
Il dubbio, viene. Anche allora e negli anni a seguire. Quando si andava a votare era dura. Anche allora, qui da noi si vinceva ma in Italia, nel paese vincevano i preti e dietro a questi i padroni. Erano di più. Erano di più le monache delle mondine, i parroci dei minatori, i padroni degli operai. Da non credere.
Via San Lorenzo si chiudeva a T. A destra, a pochi metri la Questura: " sui muri della Questura c'era scritto in rosso, la rivolta è orami vicina/ La polizia ha arrestato un paio di pennelli, ma sono scappati anche questa volta un gruppetto di ribelli " . A sinistra, dopo aver scorso il muro di una bella fabbrica, si trovava Porta San Zeno. In quella fabbrica lavoravano tante donne. Era la Marzotto, ottocento operai. Ottocento famiglie operaie che nel giro di pochi mesi si trovarono in mezzo alla strada. Insieme a loro, i nostri canti e i nostri cortei ma la Marzotto restò chiusa ed ora è la sede della segreteria della Università degli Studi. Spariti. Spariti come gli operai della Vis, della Fiat di Marina, della Piaggio, del Pennellificio Toscano. Migliaia di famiglie che restano e cambiano. Una volta ci mettemmo a contarli, avremmo voluto raccontarli. Fabio ne intervistò per ore ed ore di nastro. Nessun dramma, il terziario e l'Università avevano ammortizzato il colpo. Noi eravamo cresciuti, appesantiti e trasformati. Tutto sotto gli occhi, tutto come sabbia che corre via dalla mano. Tutto, e il dubbio viene e rimane.
Abbiamo nuotato per anni come pesci nell'acqua. Zelig, Fregoli, Bustric non sapevano far meglio. Tu disoccupato ? Disoccupato anch'io. Tu soldato ? soldato anch'io. Tu carcerato ? Carcerato anch'io. Ma anche tu sardo ? sardo anch'io. Tu Siciliano ? Siciliano anch'io. Come pesci nell'acqua: identici ! E' così che si faceva "un mondo di fratelli", altro che canzoni.
Conobbi Ciuzzo ad Agrigento. Aspettava sulla soglia del Centro Sociale. Dal continente arrivavano due compagni del Movimento. Due che erano scesi per restare, per costruire insieme l'organizzazione per le lotte di tutti i picciotti. Ma non ho voglia di parlare di quell'esperienza come di un'esperienza politica. Non ho voglia nemmeno di ricordare le parole del nostro viaggio a Sud. Per me poi, non era nemmeno sud. Era più in là.
Ciuzzo Abela da Gela. Studente Medio, frequentava poco e svogliatamente le Scuole superiori, mi pare l'Istituto Tecnico Industriale, chimico. E', certo. A
Gela l'Anic aveva impiantato il petrolchimico e di li a poco era nato un quartire residenziale dove viveno i tecnici. Tutt'intorno una campagna bruciata dal sole, silenzio rotto dallo zillare delle cavallette. Gela, capirò, non era la città più brutta d'Italia. Era il luogo più stupito che abbia mai visto. Lo stupore fu reciproco e immediato, come la simpatia, la fiducia e l'amicizia. Profonda, generosa, naturale, immediata. Ciuzzo era moro, alto. Le guance coperte da una lucente barba nera e occhi vispi e voce forte e versatile, ma bassa e profonda. Sette fratelli maschi, padre e madre. Si arrangiavano producendo e vendendo prodotti chimici. Saponi e detersivi per lavare auto e superfici. L'importante era che i figli studiassero. Prendessero un titolo, si mettessero al riparo dalla paura di una povertà sempre pronta a prendere il sospravvento. Mi trattenni con loro a lungo. Insieme a dire no. No ai sindacati, ai partiti, alla chiesa, ai notabili. No. Mi trattenni a lungo ad ascoltare la storia di poeti e naviganti. Di fratelli che non sarebbero più tornati. Di morose che non potevano essere guardate, nemmeno pensate. I destini erano segnati. In più Ciuzzo aveva una malattia che pareva una fortuna. Zoppicava ma era veloce. Aveva due mani enormi e un viso della bellezza di un Cristo. Parlava ai suoi con voce calma e raccontava che Gela avrebbe potuto essere bella. Con la sua marina e la sua campagna. Quello che guastava era lo sfruttamento. Era quel prendere senza chiedere. Era che l'Anic faceva stare bene e sperare solo quei pochi e non tutti siciliani. A Gela c'erano anche i sardi. Ma agli altri, ai meschini, cosa prometteva ? Cosa dava ? Lavoro precario, rischi e fatica. Tanta fatica e rischi che puntualmente facevano suonare le campane della chiesa centrale.
Il lavoro non c'era e il reclutamento era una feroce costruzione d'inimicizia. Emigrazione e rimesse. Case che al posto del tetto avevano i ferri per le camere della sposa appena fossero arrivati dei soldi dalla Germania. Gela era stupita che qualcuno si fermasse a parlare. Che ascoltasse la loro voce e che raccontasse dei fratelli del nord. A pensarci quello che passò fu un venticello che lì per lì rinfresca un poco l'aria e lascia che il dubbio poi si faccia strada da solo. Era come se avessi fatto una corsa impegnando le forze che avevo senza tener conto della respirazione necessaria, del dosaggio e rimasi in mezzo al guado. Battuto mi ritirai. Pochi mesi e mi nacque il primo figlio, pochi mesi e arrangiai qualche lavoro, pochi mesi e sentii suonare alla porta. Andai ad aprire. Era Ciuzzo. Si iscrisse alla quinta dell'Istituto Tecnico Industriale della mia città. Viveva a casa con noi. Cullava e ninnava mio figlio con quella sua voce bassa e melodica e il giorno di un compleanno, dopo una buona mangiata e uno robusta bevuta, mentre giocavamo a ping pong, si accasciò e mori tra le mie braccia.
Io lo accompagnai a Gela. La chiesa centrale lasciò che entrasse la bara accarezzata dalle sue bandiere. Tutta la città aveva il cappello in mano. Il suo tempo era finito e anche quello dello stupore si mostrava rassegnato.
Un salto. Fanne un altro. Sono trascorsi trentasei anni. A Gela c'è un sindaco battagliero. Saro Crocetta. C'era già anche ai nostri tempi. Era un picciotto del '51 e gironzolava intorno. Non ho ricordi, mi resta solo il nome e la sua dichiarazione pubblica di omosessualità. Forte. Nella mia stagione a Gela le giornate si dividevano tra studenti medi in sciopero, operai dell'Anic in riunione, disoccupati al collocamento, la sede, il ciclostile, la competizione con quelli di Potere Operaio che ramazzavano costruendo un vicolo tra lotta di popolo e lotta del partito armato. Un continuo ammiccamento ai miei che invece mi tenevo ben stretti. Però erano più belli loro. Alti, atleticamente prestanti e accompagnati da donne misteriose e attraenti. Donne che si lasciavano sognare. Parlavano nei capanneli ma non erano brave ai fornelli e anche l'ordine in casa era quello che era. Noi eravamo più bravi sia ai fornelli che con la granata. E' certo. Eravamo più bravi. Ma a volte mi prendeva una voglia di tenerezza che non stavo in piedi. Beati loro, pensavo. Mi giravo e affogavo tutto nel sonno. Una sera, anzi era notte fonda, tornavo da Siracusa dove si era svolta una riunione non so più su che, perchè, con chi, imboccai una curva che si apriva sull'ultima discesa prima di abbandonare l'asfalto e inabissarsi nel quartiere senza strade e senza fogne dove avevo affittato un bellissimo appartamento a tetto da cui vedevo il mare e le luci del petrolchimico con cui a volte ragionavo. La notte non era buia, era grigia, calda. Tutto serrato, russava, e si potevano cogliere gli sbadigli dei gatti e il passo rassegnato dei cani randagi. Da una porta una luce invadeva il piccolo marciapiede e da una tenda composta da fili di simil corallo una gamba faceva capolino. No ?! Sobbalzai alla guida. Una puttana a due passi dall'arrivo. A due passi da quella rassegnata solitudine c'era una puttana. Un miraggio ? Un miracolo ? Comunque un cambiamento. Una epifania ! Accostai la cinquecento al marciapiede. Mi guardai intorno. Il capo dei picciotti che vogliono fare la rivoluzione imbucarsi con una puttana non era proprio un granchè di notizia. Ma l'ora era tale. Scesi attraversai la strada come se non fossi io ed entrai. Sulla sedia dietro la porta un uomo piccolo portava la coppola e teneva lo sguardo basso. Appena varcata la soglia si alzò e uscì. In fondo alla stanza in piedi davanti al letto un uomo mal travestito con la gamba colpevole ancora bene in vista. No! No! NOOO! Uscii senza correre, salii in macchina e me ne andai mentre alle spalle sentii soltanto: "Aspetta". Quella notte faticai un pò di più a prendere sonno.
Anni luce, fisionomia dispersa. Le cose stanno insieme, si parlano ma non aspettano la risposta. Convivono come i separati in casa. Gli episodi si guardano in cagnesco e il dubbio viene.
(continua)
venerdì 27 giugno 2008
domenica 1 giugno 2008
ESSAOUIRA
A sud. A sud di Marrakesch si va quasi per noia. Un po di idee che conserviamo da sempre, il tempo che si lascia pensare. Non passa più come una volta, rapido, incosciente.Poi la speranza di intravedere. Comunque un pretesto per una navigazione in assetto solitario. Mi piace stare solo e lo faccio con vecchie compagnie. Vado a trovare un amico che non frequento da anni. Che partì e che non torna. Lui vive ad Essaouira.
A Essaouira ci è arrivata un po di gente che non si è più mossa. C'è il sole - splendente, luminoso; c'è l'aria, fresca. Il vento spesso la fa gelida. Scompone i capelli e scuote il velo delle donne. Non da tregua il vento e il sole brucia. La terra delle vele. Oggi degli amanti della "tavola" che vola e volteggia. Una piccola città, ottantamila abitanti, con un porto che pare uscito da un racconto e una medina che è un concentrato di storie perse. Basta tendere l'orecchio.
"Nella barca qua di fronte c'è un pesce nuovo" ci dice un ragazzo. Un pesce nuovo ? Si un pesce grande, nero, lungo tutta la barca. Lo hanno preso ad una profondità di cinquecento metri. Nessuno lo conosce. Poi cambia discorso. Il fegato degli squali lo pagano venticinque euro il klogrammo. Lo usano per fare medicine.
I colori, il passo dei viandanti,i costumi, quel modo di parlarsi quasi negli orecchi o aperti a capannelli vocianti. La città araba è ormai ampiamente descritta, visitata, percorsa da foto che non salvano niente e forse nemmeno vedono e da descrizioni e ambientazioni di vicende. Io cammino qui in mezzo con in mano il paragone. Uno strumento complesso che misura il confronto. Spero che siate gentili e non pensiate a tragitti brevi tra le abitudini. Lo sguardo è rapito prima di tutto dalla vitalità e dalla bellezza dei personaggi di questa storia, di questo luogo che sembra non aver cura di te che lo guardi. Sembra, perché così non è più, ma così è stato e stando fermi si intravede ancora bene ciò che sta andandosene in fretta.
Loro e noi. Lo diceva bene ieri sera un amico di qui, Raschid. Per strada avevamo incontrato una francesina carina e affabile che lavora alla Associazione franco-marocchina. "Stasera c'è un'iniziativa culturale.." aveva detto. "Una lettura che ha per oggetto il sesso.." Il sesso ? Ridiamo e scherziamo. Più tardi ci arriva via telefono l'invito. Raschid che tiene alle buone maniere e alle buone relazioni accetta. Noi lo prendiamo un po in giro. Lui è giovane e carino ed anche la francesina è carina e tutto si presta al gioco. Noi scegliamo un ristorante al porto e Rascid va.
Loro e noi. "Per loro va bene, per noi è troppo, troppo. Alcuni marocchini hanno lasciato la sala. Io no, ma non va bene. Tutto, dicevano tutto. Come si prende il pisellino..come ci si tocca se si vuol fare da soli..troppo. Per loro va bene, in Europa, si sa. Da noi no, no." Lo diceva ridendo, con un pudore che tra uomini non ho incontrato facilmente ma che so esistere anche dietro il nostro dire sboccato.
La Medina è un universo dove convivono l'agio e l'abbondono. L'agio dietro la soglia, l'abbandono sdraiato sulla soglia. Le due cose sono assolutamente naturali. L'una scavalca l'altra. La carità è diffusa e qui pare più spigolatura che carità.Le gocce di un'acqua da anfora colma. Si tiene con il paesaggio. Non c'è un gran traffico di auto. Gli asini e i cammelli viaggiano con i loro passi cadenzati e quel dondolare mansueto. Nella Medina hanno preso campo i motorini, ma i barrocci a traina umana fanno il lavoro duro. I bambini giocano nei vicoli e non sono aggressivi. Se ti spingi nella tela puoi perderti e non corri alcun pericolo. Di giorno e di notte. Vengono in mente i grandi problemi, comprese le ridondanze psicologiche, che si vivono a casa nostra. In ogni vicolo c'è un signore che oltre al suo lavoro fa la spia. Guarda e racconta, riferisce e a volte interviene. Rivolgersi a lui costa poco più di una mancia e il caso è sottoposto ad osservazione e nel caso ad un intervento. Mi fa pensare che in fondo qualcuno che s'impicci negli affari degli altri potrebbe risultare utile. Certo c'è il pericolo che questo qualcuno profitti, sia cattivo e allora sono guai. Qui sento spesso, nel normale conversare, la definizione di buono o di cattivo applicato alle persone. Infatti noi pensiamo solo raramente che ci siano anche un pò di uomini cattivi e siamo portati a considerare stupidi o incapaci coloro che in fondo sono solo cattivi.
Immaginiamo un tempo. Non tanto tempo fa. Quando il sogno visionario - un po per le botte ricevute e un po perchè, se Dio vuole, anche gli eroi invecchiano e capita pure che muoiano - quando il sogno visionario, dicevo, mostrava un restringimento del campo d'azione, molti guardarono l'orizzonte. C'è stato chi ha costruito un traghetto in indonesia, chi a aperto un ristorante a Goa, chi ha conquistato Berlino e chi si è inabissato a Essaouira. Venti, quindici, dieci anni fa. Fecero capolino qui. Jim Hendrix vi prese casa. C'è chi dice che non ci sia mai venuto ma sulla sinistra del golfo si vede il castello, la fortezza che utilizzò per comporre e dove ospitò gli amici di una comunità Hippy. Vero o non vero l'aria che respirarono è quella. Un presepe accogliente dove con una piccola rendita si poteva non fare niente. Niente. Il cibo squisito. La frutta e la verdura. Gli abiti informali e colorati. Il fumo. La lontananza. Per arrivare ad Essaouira ancora oggi occorrono due ore e mezzo di pulman o di macchina dall'aereoporto di Marrakesch. Da Essaouira non ci si passa. Ci si va. In quel niente si nascondevano il coraggio residuo e la paura che non aveva mai lasciato il campo. I nostri amici si sono arrangiati e di cosa in cosa ora sono ben piazzati. Maison d'hautes, ristoranti, scultura, musica, scrittura. Chissa che un giorno.
A Essaouira ci è arrivata un po di gente che non si è più mossa. C'è il sole - splendente, luminoso; c'è l'aria, fresca. Il vento spesso la fa gelida. Scompone i capelli e scuote il velo delle donne. Non da tregua il vento e il sole brucia. La terra delle vele. Oggi degli amanti della "tavola" che vola e volteggia. Una piccola città, ottantamila abitanti, con un porto che pare uscito da un racconto e una medina che è un concentrato di storie perse. Basta tendere l'orecchio.
"Nella barca qua di fronte c'è un pesce nuovo" ci dice un ragazzo. Un pesce nuovo ? Si un pesce grande, nero, lungo tutta la barca. Lo hanno preso ad una profondità di cinquecento metri. Nessuno lo conosce. Poi cambia discorso. Il fegato degli squali lo pagano venticinque euro il klogrammo. Lo usano per fare medicine.
I colori, il passo dei viandanti,i costumi, quel modo di parlarsi quasi negli orecchi o aperti a capannelli vocianti. La città araba è ormai ampiamente descritta, visitata, percorsa da foto che non salvano niente e forse nemmeno vedono e da descrizioni e ambientazioni di vicende. Io cammino qui in mezzo con in mano il paragone. Uno strumento complesso che misura il confronto. Spero che siate gentili e non pensiate a tragitti brevi tra le abitudini. Lo sguardo è rapito prima di tutto dalla vitalità e dalla bellezza dei personaggi di questa storia, di questo luogo che sembra non aver cura di te che lo guardi. Sembra, perché così non è più, ma così è stato e stando fermi si intravede ancora bene ciò che sta andandosene in fretta.
Loro e noi. Lo diceva bene ieri sera un amico di qui, Raschid. Per strada avevamo incontrato una francesina carina e affabile che lavora alla Associazione franco-marocchina. "Stasera c'è un'iniziativa culturale.." aveva detto. "Una lettura che ha per oggetto il sesso.." Il sesso ? Ridiamo e scherziamo. Più tardi ci arriva via telefono l'invito. Raschid che tiene alle buone maniere e alle buone relazioni accetta. Noi lo prendiamo un po in giro. Lui è giovane e carino ed anche la francesina è carina e tutto si presta al gioco. Noi scegliamo un ristorante al porto e Rascid va.
Loro e noi. "Per loro va bene, per noi è troppo, troppo. Alcuni marocchini hanno lasciato la sala. Io no, ma non va bene. Tutto, dicevano tutto. Come si prende il pisellino..come ci si tocca se si vuol fare da soli..troppo. Per loro va bene, in Europa, si sa. Da noi no, no." Lo diceva ridendo, con un pudore che tra uomini non ho incontrato facilmente ma che so esistere anche dietro il nostro dire sboccato.
La Medina è un universo dove convivono l'agio e l'abbondono. L'agio dietro la soglia, l'abbandono sdraiato sulla soglia. Le due cose sono assolutamente naturali. L'una scavalca l'altra. La carità è diffusa e qui pare più spigolatura che carità.Le gocce di un'acqua da anfora colma. Si tiene con il paesaggio. Non c'è un gran traffico di auto. Gli asini e i cammelli viaggiano con i loro passi cadenzati e quel dondolare mansueto. Nella Medina hanno preso campo i motorini, ma i barrocci a traina umana fanno il lavoro duro. I bambini giocano nei vicoli e non sono aggressivi. Se ti spingi nella tela puoi perderti e non corri alcun pericolo. Di giorno e di notte. Vengono in mente i grandi problemi, comprese le ridondanze psicologiche, che si vivono a casa nostra. In ogni vicolo c'è un signore che oltre al suo lavoro fa la spia. Guarda e racconta, riferisce e a volte interviene. Rivolgersi a lui costa poco più di una mancia e il caso è sottoposto ad osservazione e nel caso ad un intervento. Mi fa pensare che in fondo qualcuno che s'impicci negli affari degli altri potrebbe risultare utile. Certo c'è il pericolo che questo qualcuno profitti, sia cattivo e allora sono guai. Qui sento spesso, nel normale conversare, la definizione di buono o di cattivo applicato alle persone. Infatti noi pensiamo solo raramente che ci siano anche un pò di uomini cattivi e siamo portati a considerare stupidi o incapaci coloro che in fondo sono solo cattivi.
Immaginiamo un tempo. Non tanto tempo fa. Quando il sogno visionario - un po per le botte ricevute e un po perchè, se Dio vuole, anche gli eroi invecchiano e capita pure che muoiano - quando il sogno visionario, dicevo, mostrava un restringimento del campo d'azione, molti guardarono l'orizzonte. C'è stato chi ha costruito un traghetto in indonesia, chi a aperto un ristorante a Goa, chi ha conquistato Berlino e chi si è inabissato a Essaouira. Venti, quindici, dieci anni fa. Fecero capolino qui. Jim Hendrix vi prese casa. C'è chi dice che non ci sia mai venuto ma sulla sinistra del golfo si vede il castello, la fortezza che utilizzò per comporre e dove ospitò gli amici di una comunità Hippy. Vero o non vero l'aria che respirarono è quella. Un presepe accogliente dove con una piccola rendita si poteva non fare niente. Niente. Il cibo squisito. La frutta e la verdura. Gli abiti informali e colorati. Il fumo. La lontananza. Per arrivare ad Essaouira ancora oggi occorrono due ore e mezzo di pulman o di macchina dall'aereoporto di Marrakesch. Da Essaouira non ci si passa. Ci si va. In quel niente si nascondevano il coraggio residuo e la paura che non aveva mai lasciato il campo. I nostri amici si sono arrangiati e di cosa in cosa ora sono ben piazzati. Maison d'hautes, ristoranti, scultura, musica, scrittura. Chissa che un giorno.
mercoledì 21 maggio 2008
Falshback
In piazza Dante, con alla porta accanto la bottega di un sarto, uno sportello tutto vetro e una piccola porta laccata verde. Sulla porta era scritta l'insegna con un carattere senza grazie, bold, bianco : Libreria Internazionalista Frantz Fanon. Era un'invenzione nostra, mia e di Paolo. Ero stato io che avevo trascorso un periodo a Parigi dando mano, in Rue Git le Coeur, alla Librairie Git le coeur dell' Union de la Jeunesse marxiste-leniniste e che, tornato in Italia, mi sono industriato con Paolo a ricostruire.
Roberto Mariani, un architetto che un giorno prenderà la laurea ma che ancora brusco e meraviglioso giovanotto mi aveva introdotto al gusto e alla bellezza, la disegnò. Era un buchetto. Tre metri per cinque e un interessante retro bottega chiuso da una porta scorrevole.
L'idea, lo dice il nome, era quella di vendere letteratura e saggi delle colonie: Francesi, Portoghesi,Inglesi. L'idea era quella di documentare la rivolta anti imperialista contro gli Stati Uniti d'America a cui naturalmente si univano le lotte degli afroamericani contro l'apartheid e le discriminazioni razziali. Quindi Asia, Africa e America Latina. Un bell'ambientino, dunque.
Erano gli anni di Stokely Carmichael (1941-1998) il leader dello Student nonviolent coordinating commitee (SNCC), di Rudi Dutschke - Rudi il rosso, leader del SDS in Germania, di Daniel Cohn Bendit e della nostra incontenibile voglia di vivere.
La libreria ci dava da fare. Non avevamo una lira e i libri in conto deposito si univano alle pubblicazioni in lingua estera dell'ambasciata Cinese, a quelle del Vietnam del Nord, ai vari quaderni e pubblicazioni delle Edizioni Oriente, del Partito Comunista Marxista Leninista. Avevamo i Quaderni Piacentini, Nuovo Impegno, Giovane Critica. I Quaderni Rossi e Panzieri erano già passati e si coglievano gli ultimi sprazzi di Franco Fortini.
"Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace (Tacito)" lo slogan di una manifestazione che si svolse a Firenze e di cui Fortini fu oratore: "impiantano commerci commerciando impianti".
Anche il Gruppo 63 era sbiadito ma andava ancora forte Ombre Rosse e la durezza di Goffredo Fofi.
L'incasso era quello che era e andava difeso con mano decisa da ogni tipo di emergenza: il panino, il viaggio, la riunione a Torino. Prestami i soldi per la benzina. La cassa andava difesa ma non si sapeva a chi spettasse il compito. Comunque la cosa si reggeva e mio padre sapeva dove trascorrevo il mio tempo: uno dei posti più pericolosi possibili.
Infatti il '68 non aveva ancora preso bene il via che fui arrestato.
Ogni giorno una manifestazione, ogni giorno una segnalazione. Dopo passava un questurino e consegnava la convocazione. Quasi sempre era per le ore 18. In questura per essere sentito su fatti che "lo riguardano". E', se "lo riguardano". A voler essere precisi ci sarebbe stato da andare dentro anche per gli sfottò che toccavano al brigadiere che eseguiva la consegna ma ormai pareva tutto un gioco e se ti convocavano, poi, avevi più cose da raccontare.
Alle 18 la solita tiritera: a domanda risponde (ADR). Non c'era un granchè di domanda, figurarsi la risposta.
Letto, approvato e sottoscritto. Una firma e posso andare.
La stanza si univa al corridoio con una porta a vetri. Vetro grosso lavorato, in trasparenza lasciava intravedere la sagoma. Aprii la porta e l'uomo mi disse: "Guelfo Guelfi ?" Si, risposi ma non ci fu silenzio, né stupore. "C'è un mandato di cattura da eseguire".
E che vuol dire ? Son prigioniero ? Si va in galera ? Ma non mi agitai. Trovavo la cosa ridicola soprattutto perchè si esprimeva con un tono bonario. Ma state attenti, era davvero bonario.
Posso telefonare? No, ci pensiamo noi. Allora andiamo ? Si, certo andiamo. Ma la mia macchina che faccio, la lascio qui ? Se vuoi portala al carcere, la chiudi e poi qualcuno verrà a prendere le chiavi. Bene, andiamo. Io salii sulla mia Diane rossa e loro in due sulla volante. La strada la conoscevamo tutti bene ed era e rimane vicino il carcere alla questura. Così guidando piano piano, facendo si che si vedesse bene la mia non intenzione di fuga scorrevo la via verso il Don Bosco.
Guardavo intorno e avevo come la sensazione di un "addio ai monti", ai luoghi cari, ai volti amici, al mio tempo. Avrei anche voluto avvertire che nel mandato di cattura c'erano due nomi, il mio e quello di Marco Moraccini, uno studente di Cecina. Magari se non lo avevano ancora preso si sarebbe dato alla macchia. Ma niente. Solo poche curve e il parcheggio davanti al carcere. Chiusi la macchina, attraversai la strada. I due angeli custodi mi guardavano con un fare sciatto, routine, ed entrammo. Prima "ferrata". Era quasi sera e faceva freddino. Meno male che avevo il cappotto.
Una sosta all'ufficio matricola.
- Chi è ?
- Uno studente.
- Ci mancavano solo loro -
disse una guardia anziana da dietro un banco alto come quello che si trovava all'ufficio del catasto dove a volte ero andato a rilevare qualche mappa.
Perché io sono geometra - Istituto Tecnico A. Pacinotti, Preside il Prof. Malacarne ( per noi: cicciaccia), un mito - e appena diplomato avevo fatto un periodo di libera professione. Ero stato sui cantieri delle opere di captazione delle sorgenti per la costruzione dell'acquedotto dei comuni di Riparbella , Montescudaio, Castellina Marittima e se non sbaglio, Guardistallo. Che pace, che pacchia, che mangiate, tra i boschi. Ma torniamo all'Ufficio matricola del carcero Don Bosco.
- Come ti chiami ?
- Guelfo Guelfi.
La guardia anziana, credo fosse un brigadiere, aveva tutti i capelli bianchi, ne aveva tanti, difficile tenerli composti, alzò gli occhi su di me e si avvicinò. Rimase però dietro il bancone.
- Sei mica parente di quel Guelfi, zoppo, che fa la Scuola Guida ?
- Certo, è mio padre.
- Ah, ecco perché, qui è registrato anche lui. Deve essere lassù.
Con lo sguardo indicò l'ultimo ripiano di un vecchio scaffale che riempiva la parete di fondo.
- Quando sei nato ?
- Il 13 ottobre del 1945.
"Il comunismo è come la sifilide, si trasmette di padre in figlio" la battuta è recitata da Gian Maria Volonté nel film "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" di Elio Petri. Il film è del '70 e quindi il brigadiere non la pronunciò. Comunque ci stava. Quando vidi il film la frase mi prese non quanto la scena madre con Florinda Bolkan. La scena mi turbò, la frase mi sorprese.
La cella, in isolamento, era a piano terra. Le ferrate si chiusero a più mandate. La branda era incernierata al muro. Un letto a sbalzo. Il cesso e il lavandino erano la stessa cosa. Per cacare si abbassava il ferro. Sopra una fonte. La finestra era alta e non chiudeva bene. Uno spiffero freddo era pronto a farmi compagnia. Beh, ci siamo. Adesso aspettiamo che passi. Mi guardai intorno e non si affacciò nessuno spettro. Non mi agitavano oscuri pensieri. Mi sentivo al sicuro. Il freddo mi fece entrare un mal di testa che si placava solo rinserrandomi dentro il cappotto. Mi sdraiai, mi rannicchiai e cercai il sonno che non si fece attendere. Si aprirono così i miei trenta giorni di prigionia. Un'inezia che volò in compagnia di storie che parevano inventate. Invece erano vere.
La presenza di mio padre si face sentire perché la vita è fatta così. Mette insieme le cose distanti, figuriamoci quelle di un figlio che fa finta di esser suo padre. Superata la fase in isolamento che durò due giorni, una volta interrogato dal giudice istruttore, fui unito a Marco che era stato arrestato la mattina dopo, e a Leonardo Stano, che era sopraggiunto insieme ad altri otto catturati durante la manifestazione di protesta per il nostro arresto. Avevo sentito il trambusto e avevo saputo degli scontri. Quella deve essere stata proprio una bella manifestazione ed io non c'ero. Anzi ero nel coro, nelle scritte sui muri.
Seppi di Paolo che aveva tirato tre pietre con una mano sola, danneggiando la nostra retrovia. Seppi della Brigata Valle Giulia che aveva usato come base logistica per il proprio armamentario il retrobottega della libreria Internazionalista Franz Fanon (caschi da muratore bianchi e bastoni). Seppi del blocco della stazione centrale. Seppi che avevano cercato di farla grossa e in molti avevano debuttato negli scontri. Gli studenti menavano con soddisfazione. Non era ancora Maggio, ci fu la prima prova di coraggio.
"Anche se il nostro Maggio a fatto a meno del vostro coraggio/Anche sa la paura di guardare vi ha fatto abbassare il mento/ Anche se il nostro fuoco ha danneggiato la vostra mille e cento/ Anche se non ve ne siete accorti/ Siete lo stesso coinvolti.."
Sono trascorsi molti anni e quella manifestazione continua a offrire rivelazioni. Una è talmente gustosa che non posso trascurarla: Massimo D'Alema, che nel momento in cui scrivo è Ministro degli esteri di un governo caduto e battuto - la cosa non mi fa alcun piacere visto che a cadere è stato il "mio" governo -, Massimo D'Alema lanciò la sua prima e unica bomba molotov proprio negli scontri tra studenti e polizia, alla stazione centrale di Pisa dove allora era studente e dirigente dei giovani comunisti. Ho provato a chiedere, ho fatto alcune telefonate e di quella coppia di apprendisti guerriglieri ( D'Alema, Mussi) non ricorda nessuno. Ma aimè ero in altro luogo, non posso che immaginare e son portato a credere. Se Massimo lo ha detto vuole dire che è vero. Che interesse avrebbe a dire una cosa per un'altra ?
Ma dicevo di mio padre. Una volta inseriti tra i comuni detenuti, quasi tutti in attesa di giudizio definitivo o condannati a piccole pene, ognuno di noi ha dovuto misurarsi con quella realtà. Niente di più facile. Gli scontri in onore di Marco e di me stesso, erano un meraviglioso viatico. Stringemmo mani, scambiammo sorrisi aperti direi con tutti. Il Giannetti era, credo, un uomo intorno alla sessantina. Magro come un chiodo, un po piegato in avanti, quasi sempre ubriaco, portatore disinvolto di cirrosi epatica. L'ora d'aria, mi pare di ricordare, finisse alle 15. Da quel momento e fino alla mattina successiva rimanevamo chiusi in cella. Anche il Giannetti mi aveva chiesto se fossi parente di Rodolfo ed anche a lui risposi di si, che era mio padre. Mi abbracciò e mi baciò. Mi smoccicò un bel po.
- Prendi il vino della razione - mi raccomandò
- poi prima che chiudano le celle passo da te e me lo dai, va bene ?
- Va bene, gli risposi.
E così fu. Giannetti non solo ebbe la mia razione ma anche quella dei miei compagni riuscendo così a collezionare cinque o sei bicchieri di un vino rosso che solo allo sguardo pareva impossibile. Lui, chiuso, se lo beveva e dopo cominciava:
"Guelfino, chiamava, io e il tu babbo si che gliela facevamo pagare a queste merde fasciste. Pum, Pum. Altro ché. A queste maschere luride pagate al soldo di questa società malmessa. Su questo mastodontico palcoscenioco di pirateria" Questa la litania che ripeteva urlando per un pò. Finche tra le urla di tutti gli altri smetteva. Non perché ricondotto a ragione, piuttosto perché aveva finito la forza ed era crollato nel sonno.
Una volta fuori, ero in libreria, me lo vidi apparire: abbracci e baci mocciosi. Lo aiutai per quanto potevo. Giannetti non aveva nessuno e finiva sempre che se non era un giorno sarebbe stato un altro ma tirava una sedia dentro una vetrine e tornava al Don Bosco quando non finiva al manicomio criminale di Volterra.
Poi un giorno s'affacciò uno e mi disse. Il Giannetti è morto. Pace all'anima sua. Aveva lasciato per sempre il "mastodontico palcoscenico di pirateria".
Roberto Mariani, un architetto che un giorno prenderà la laurea ma che ancora brusco e meraviglioso giovanotto mi aveva introdotto al gusto e alla bellezza, la disegnò. Era un buchetto. Tre metri per cinque e un interessante retro bottega chiuso da una porta scorrevole.
L'idea, lo dice il nome, era quella di vendere letteratura e saggi delle colonie: Francesi, Portoghesi,Inglesi. L'idea era quella di documentare la rivolta anti imperialista contro gli Stati Uniti d'America a cui naturalmente si univano le lotte degli afroamericani contro l'apartheid e le discriminazioni razziali. Quindi Asia, Africa e America Latina. Un bell'ambientino, dunque.
Erano gli anni di Stokely Carmichael (1941-1998) il leader dello Student nonviolent coordinating commitee (SNCC), di Rudi Dutschke - Rudi il rosso, leader del SDS in Germania, di Daniel Cohn Bendit e della nostra incontenibile voglia di vivere.
La libreria ci dava da fare. Non avevamo una lira e i libri in conto deposito si univano alle pubblicazioni in lingua estera dell'ambasciata Cinese, a quelle del Vietnam del Nord, ai vari quaderni e pubblicazioni delle Edizioni Oriente, del Partito Comunista Marxista Leninista. Avevamo i Quaderni Piacentini, Nuovo Impegno, Giovane Critica. I Quaderni Rossi e Panzieri erano già passati e si coglievano gli ultimi sprazzi di Franco Fortini.
"Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace (Tacito)" lo slogan di una manifestazione che si svolse a Firenze e di cui Fortini fu oratore: "impiantano commerci commerciando impianti".
Anche il Gruppo 63 era sbiadito ma andava ancora forte Ombre Rosse e la durezza di Goffredo Fofi.
L'incasso era quello che era e andava difeso con mano decisa da ogni tipo di emergenza: il panino, il viaggio, la riunione a Torino. Prestami i soldi per la benzina. La cassa andava difesa ma non si sapeva a chi spettasse il compito. Comunque la cosa si reggeva e mio padre sapeva dove trascorrevo il mio tempo: uno dei posti più pericolosi possibili.
Infatti il '68 non aveva ancora preso bene il via che fui arrestato.
Ogni giorno una manifestazione, ogni giorno una segnalazione. Dopo passava un questurino e consegnava la convocazione. Quasi sempre era per le ore 18. In questura per essere sentito su fatti che "lo riguardano". E', se "lo riguardano". A voler essere precisi ci sarebbe stato da andare dentro anche per gli sfottò che toccavano al brigadiere che eseguiva la consegna ma ormai pareva tutto un gioco e se ti convocavano, poi, avevi più cose da raccontare.
Alle 18 la solita tiritera: a domanda risponde (ADR). Non c'era un granchè di domanda, figurarsi la risposta.
Letto, approvato e sottoscritto. Una firma e posso andare.
La stanza si univa al corridoio con una porta a vetri. Vetro grosso lavorato, in trasparenza lasciava intravedere la sagoma. Aprii la porta e l'uomo mi disse: "Guelfo Guelfi ?" Si, risposi ma non ci fu silenzio, né stupore. "C'è un mandato di cattura da eseguire".
E che vuol dire ? Son prigioniero ? Si va in galera ? Ma non mi agitai. Trovavo la cosa ridicola soprattutto perchè si esprimeva con un tono bonario. Ma state attenti, era davvero bonario.
Posso telefonare? No, ci pensiamo noi. Allora andiamo ? Si, certo andiamo. Ma la mia macchina che faccio, la lascio qui ? Se vuoi portala al carcere, la chiudi e poi qualcuno verrà a prendere le chiavi. Bene, andiamo. Io salii sulla mia Diane rossa e loro in due sulla volante. La strada la conoscevamo tutti bene ed era e rimane vicino il carcere alla questura. Così guidando piano piano, facendo si che si vedesse bene la mia non intenzione di fuga scorrevo la via verso il Don Bosco.
Guardavo intorno e avevo come la sensazione di un "addio ai monti", ai luoghi cari, ai volti amici, al mio tempo. Avrei anche voluto avvertire che nel mandato di cattura c'erano due nomi, il mio e quello di Marco Moraccini, uno studente di Cecina. Magari se non lo avevano ancora preso si sarebbe dato alla macchia. Ma niente. Solo poche curve e il parcheggio davanti al carcere. Chiusi la macchina, attraversai la strada. I due angeli custodi mi guardavano con un fare sciatto, routine, ed entrammo. Prima "ferrata". Era quasi sera e faceva freddino. Meno male che avevo il cappotto.
Una sosta all'ufficio matricola.
- Chi è ?
- Uno studente.
- Ci mancavano solo loro -
disse una guardia anziana da dietro un banco alto come quello che si trovava all'ufficio del catasto dove a volte ero andato a rilevare qualche mappa.
Perché io sono geometra - Istituto Tecnico A. Pacinotti, Preside il Prof. Malacarne ( per noi: cicciaccia), un mito - e appena diplomato avevo fatto un periodo di libera professione. Ero stato sui cantieri delle opere di captazione delle sorgenti per la costruzione dell'acquedotto dei comuni di Riparbella , Montescudaio, Castellina Marittima e se non sbaglio, Guardistallo. Che pace, che pacchia, che mangiate, tra i boschi. Ma torniamo all'Ufficio matricola del carcero Don Bosco.
- Come ti chiami ?
- Guelfo Guelfi.
La guardia anziana, credo fosse un brigadiere, aveva tutti i capelli bianchi, ne aveva tanti, difficile tenerli composti, alzò gli occhi su di me e si avvicinò. Rimase però dietro il bancone.
- Sei mica parente di quel Guelfi, zoppo, che fa la Scuola Guida ?
- Certo, è mio padre.
- Ah, ecco perché, qui è registrato anche lui. Deve essere lassù.
Con lo sguardo indicò l'ultimo ripiano di un vecchio scaffale che riempiva la parete di fondo.
- Quando sei nato ?
- Il 13 ottobre del 1945.
"Il comunismo è come la sifilide, si trasmette di padre in figlio" la battuta è recitata da Gian Maria Volonté nel film "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" di Elio Petri. Il film è del '70 e quindi il brigadiere non la pronunciò. Comunque ci stava. Quando vidi il film la frase mi prese non quanto la scena madre con Florinda Bolkan. La scena mi turbò, la frase mi sorprese.
La cella, in isolamento, era a piano terra. Le ferrate si chiusero a più mandate. La branda era incernierata al muro. Un letto a sbalzo. Il cesso e il lavandino erano la stessa cosa. Per cacare si abbassava il ferro. Sopra una fonte. La finestra era alta e non chiudeva bene. Uno spiffero freddo era pronto a farmi compagnia. Beh, ci siamo. Adesso aspettiamo che passi. Mi guardai intorno e non si affacciò nessuno spettro. Non mi agitavano oscuri pensieri. Mi sentivo al sicuro. Il freddo mi fece entrare un mal di testa che si placava solo rinserrandomi dentro il cappotto. Mi sdraiai, mi rannicchiai e cercai il sonno che non si fece attendere. Si aprirono così i miei trenta giorni di prigionia. Un'inezia che volò in compagnia di storie che parevano inventate. Invece erano vere.
La presenza di mio padre si face sentire perché la vita è fatta così. Mette insieme le cose distanti, figuriamoci quelle di un figlio che fa finta di esser suo padre. Superata la fase in isolamento che durò due giorni, una volta interrogato dal giudice istruttore, fui unito a Marco che era stato arrestato la mattina dopo, e a Leonardo Stano, che era sopraggiunto insieme ad altri otto catturati durante la manifestazione di protesta per il nostro arresto. Avevo sentito il trambusto e avevo saputo degli scontri. Quella deve essere stata proprio una bella manifestazione ed io non c'ero. Anzi ero nel coro, nelle scritte sui muri.
Seppi di Paolo che aveva tirato tre pietre con una mano sola, danneggiando la nostra retrovia. Seppi della Brigata Valle Giulia che aveva usato come base logistica per il proprio armamentario il retrobottega della libreria Internazionalista Franz Fanon (caschi da muratore bianchi e bastoni). Seppi del blocco della stazione centrale. Seppi che avevano cercato di farla grossa e in molti avevano debuttato negli scontri. Gli studenti menavano con soddisfazione. Non era ancora Maggio, ci fu la prima prova di coraggio.
"Anche se il nostro Maggio a fatto a meno del vostro coraggio/Anche sa la paura di guardare vi ha fatto abbassare il mento/ Anche se il nostro fuoco ha danneggiato la vostra mille e cento/ Anche se non ve ne siete accorti/ Siete lo stesso coinvolti.."
Sono trascorsi molti anni e quella manifestazione continua a offrire rivelazioni. Una è talmente gustosa che non posso trascurarla: Massimo D'Alema, che nel momento in cui scrivo è Ministro degli esteri di un governo caduto e battuto - la cosa non mi fa alcun piacere visto che a cadere è stato il "mio" governo -, Massimo D'Alema lanciò la sua prima e unica bomba molotov proprio negli scontri tra studenti e polizia, alla stazione centrale di Pisa dove allora era studente e dirigente dei giovani comunisti. Ho provato a chiedere, ho fatto alcune telefonate e di quella coppia di apprendisti guerriglieri ( D'Alema, Mussi) non ricorda nessuno. Ma aimè ero in altro luogo, non posso che immaginare e son portato a credere. Se Massimo lo ha detto vuole dire che è vero. Che interesse avrebbe a dire una cosa per un'altra ?
Ma dicevo di mio padre. Una volta inseriti tra i comuni detenuti, quasi tutti in attesa di giudizio definitivo o condannati a piccole pene, ognuno di noi ha dovuto misurarsi con quella realtà. Niente di più facile. Gli scontri in onore di Marco e di me stesso, erano un meraviglioso viatico. Stringemmo mani, scambiammo sorrisi aperti direi con tutti. Il Giannetti era, credo, un uomo intorno alla sessantina. Magro come un chiodo, un po piegato in avanti, quasi sempre ubriaco, portatore disinvolto di cirrosi epatica. L'ora d'aria, mi pare di ricordare, finisse alle 15. Da quel momento e fino alla mattina successiva rimanevamo chiusi in cella. Anche il Giannetti mi aveva chiesto se fossi parente di Rodolfo ed anche a lui risposi di si, che era mio padre. Mi abbracciò e mi baciò. Mi smoccicò un bel po.
- Prendi il vino della razione - mi raccomandò
- poi prima che chiudano le celle passo da te e me lo dai, va bene ?
- Va bene, gli risposi.
E così fu. Giannetti non solo ebbe la mia razione ma anche quella dei miei compagni riuscendo così a collezionare cinque o sei bicchieri di un vino rosso che solo allo sguardo pareva impossibile. Lui, chiuso, se lo beveva e dopo cominciava:
"Guelfino, chiamava, io e il tu babbo si che gliela facevamo pagare a queste merde fasciste. Pum, Pum. Altro ché. A queste maschere luride pagate al soldo di questa società malmessa. Su questo mastodontico palcoscenioco di pirateria" Questa la litania che ripeteva urlando per un pò. Finche tra le urla di tutti gli altri smetteva. Non perché ricondotto a ragione, piuttosto perché aveva finito la forza ed era crollato nel sonno.
Una volta fuori, ero in libreria, me lo vidi apparire: abbracci e baci mocciosi. Lo aiutai per quanto potevo. Giannetti non aveva nessuno e finiva sempre che se non era un giorno sarebbe stato un altro ma tirava una sedia dentro una vetrine e tornava al Don Bosco quando non finiva al manicomio criminale di Volterra.
Poi un giorno s'affacciò uno e mi disse. Il Giannetti è morto. Pace all'anima sua. Aveva lasciato per sempre il "mastodontico palcoscenico di pirateria".
lunedì 5 maggio 2008
Son più di quaranta
La festa era talmente allegra,
parole grosse si scioglievano in giochi,
l'acqua della fontana, la notte, era più limpida,
nostra.
Le ombre, dipinte, salutavano,
ascoltavano storie che non c'erano,
e ognuno riandava senza conoscere la noia,
stava.
Cose da maschi, il territorio palmo a palmo,
cose da morire ridendo, cantando,
di tanto in tanto,
un urlo.
Il prezzo all'improvviso era saldato
il resto non veniva mai raccolto
né conservato,
erano ore notturne.
La festa era talmente allegra
che l'invidia l'avvolse o la scemenza,
si uscì senza dir niente,
qualcuno aveva cambiato la musica.
Vieni, ti aspettano,
ma è presto,
nient'affatto è già accaduto
tutto.
Sulle spallette la fiaba
si è fatta romanzo
ora procede lontana
la faccia mesta.
parole grosse si scioglievano in giochi,
l'acqua della fontana, la notte, era più limpida,
nostra.
Le ombre, dipinte, salutavano,
ascoltavano storie che non c'erano,
e ognuno riandava senza conoscere la noia,
stava.
Cose da maschi, il territorio palmo a palmo,
cose da morire ridendo, cantando,
di tanto in tanto,
un urlo.
Il prezzo all'improvviso era saldato
il resto non veniva mai raccolto
né conservato,
erano ore notturne.
La festa era talmente allegra
che l'invidia l'avvolse o la scemenza,
si uscì senza dir niente,
qualcuno aveva cambiato la musica.
Vieni, ti aspettano,
ma è presto,
nient'affatto è già accaduto
tutto.
Sulle spallette la fiaba
si è fatta romanzo
ora procede lontana
la faccia mesta.
sabato 3 maggio 2008
A proposito di voti andati di traverso
"Che cosa voglion dir quegli occhi tristi ?
"Io son di chiesa e voto i socialisti."
"Se c'è un Dio, se c'è un Paradiso,
Luciano, tuo fratello, Lui ci andrà.
Lui che non crede, Lui non va alla messa
è socialista e questo cosa fa.."
Nel mio giardino, in questa stagione, è intenso il canto degli uccelli.
Poco fa ho riconosciuto un motivo di tanti anni fa.
Parlava del 18 Aprile del 1948.
Se il Paradiso ci attende
la condizione è ottima:
Il paradiso può attendere !
"Io son di chiesa e voto i socialisti."
"Se c'è un Dio, se c'è un Paradiso,
Luciano, tuo fratello, Lui ci andrà.
Lui che non crede, Lui non va alla messa
è socialista e questo cosa fa.."
Nel mio giardino, in questa stagione, è intenso il canto degli uccelli.
Poco fa ho riconosciuto un motivo di tanti anni fa.
Parlava del 18 Aprile del 1948.
Se il Paradiso ci attende
la condizione è ottima:
Il paradiso può attendere !
martedì 22 aprile 2008
Frantz Fanon
Anche i libri restano vittime inconsapevoli di bruschi cambiamenti. Si possono avere motivi per sbattere una porta e loro restano chiusi dentro l'incompatibilità e le conseguenti cattive relazioni. C'è chi è forte e torna a prendersi i libri e chi come me, sentendosi anche in colpa, cancella il file e se la vita deve continuare tanto vale ricominciare. Passano gli anni e restano in mente, alcuni riemergono con il tempo. La prefazione di Jean Paul Sarte. Le note biografiche e quindi il saggio: "I dannati della terra". Einaudi editore. La nostra piccola libreria di Piazza Dante prese quel nome da un medico nato a Fort de France nel Luglio del 1925.
lunedì 14 aprile 2008
Il giorno delle elezioni
Non vedo l'ora che passi eppure sò che meglio non può andare. E' inutile. Abbiamo già preso tutto e lo abbiamo difeso senza guardare. E' così tanto che anche volendo e difficile rendersi conto.
Ecco dove mi trovo. Sul confine ampio di una fortuna sfacciata. Restare, andare, non cambia molto. Ora, via, via, qualcuno lascia ma saluta con garbo e ritrosia. L'importante è non darsi troppe arie e nemmeno troppo da fare.
Non c'è niente che meriti di essere confessato. E' tutto talmente evidente che ben che vada confessare ispira commiserazione o peggio: è un interesse privato in atti d'ufficio. Ma cosa credi di aver fatto ? Cosa credi di aver visto ? Eravamo come siamo tutti insieme, gli uni e gli altri, alcuni dietro altri più in là.
Quelli coscienti non vedevano il presente, quelli incoscioenti ridevano, bevevano e correvano cantando. A sera non volevano tornare a casa e alla mamma riservavano piccoli dispiaceri quotidiani per costruire così un dolore sordo che la trasfigura.
Ecco dove mi trovo. Sul confine ampio di una fortuna sfacciata. Restare, andare, non cambia molto. Ora, via, via, qualcuno lascia ma saluta con garbo e ritrosia. L'importante è non darsi troppe arie e nemmeno troppo da fare.
Non c'è niente che meriti di essere confessato. E' tutto talmente evidente che ben che vada confessare ispira commiserazione o peggio: è un interesse privato in atti d'ufficio. Ma cosa credi di aver fatto ? Cosa credi di aver visto ? Eravamo come siamo tutti insieme, gli uni e gli altri, alcuni dietro altri più in là.
Quelli coscienti non vedevano il presente, quelli incoscioenti ridevano, bevevano e correvano cantando. A sera non volevano tornare a casa e alla mamma riservavano piccoli dispiaceri quotidiani per costruire così un dolore sordo che la trasfigura.
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